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 #17, Giugno 2024

La newsletter di cultura, fotografia, dialogo e responsabilità sociale di Fondazione 3M-ETS.

Le mostre

Inizia da Milano il tour di Sport Shots, verso li prossimi giochi olimpici invernali del 2026

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Fondazione 3M ha presentato il progetto Sport Shots: Scatti di valoreun percorso dedicato allo sport ed ai valori che incarna. L’esposizione completa è stata ospitata per la prima volta nella prestigiosa sede di Palazzo Castiglioni, Corso Venezia a Milano, nell’ambito della manifestazione Sport per ben essere: cultura, alimentazione, territorio nei giorni 9 -12 maggio, con grande affluenza di visitatori ed un intenso calendario di incontri tra cui quelli firmati dal CONI Lombardia che ha dato il patrocinio, oltre ad il supporto di Fondazione Cariplo. 

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La mostra Sport Shots. Scatti di Valore si articola in quattro sezioni monografiche in sequenza di tempo, dagli anni 30 a oggi, che danno conto dei tanti aspetti della dimensione sportiva che la fotografia sa indagare: si parte necessariamente dall’indagine che un grande autore come Elio Luxardo ha compiuto sul corpo e da qui si mettono a confronto le immagini dei primordi della fotografia così serie e composte nei costumi come nei gesti con quelle della seconda metà del Novecento tutte incentrate sulla spettacolarità. Sono gli autori contemporanei, infine, ad indagare sui valori che lo sport rappresenta: lo fanno con immagini che vanno oltre gli aspetti descrittivi per usare la metafora, la simbologia, l’allegoria con immagini caratterizzate da una notevole forza evocativa.

Una selezione di fotografie sul tema dell'acqua ha sottolineato l'evento dell'Associazione Women&Tech al Belvedere del grattacielo Pirelli a Milano in occasione della premiazione Le Tecnovisionarie 2024

Questa XVIII edizione era intitolata "TRANSIZIONE ECOLOGICA: LE PROTAGONISTE DI UNA NUOVA CULTURA DELL’ACQUA".

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Prossimamente

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JACQUES HENRI LARTIGUE intervistato da R.Mutti

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Ora dal centro di Parigi ci si può arrivare in metropolitana uscita La Défense, ma vuoi mettere raggiungere Courbevoie in automobile rendendo così omaggio a un fotografo che a questo mezzo ha dedicato immagini indimenticabili e posteggiare accanto a una bellissima villa sulla cui porta, elegante, alto e magrissimo nel suo abito bianco, mi riceve Jacques Lartigue? Un sorriso, una stretta di mano e si ha la sensazione di essere nella storia che questo autore ha descritto dalla Belle Époque in poi con la leggerezza dello sguardo e la profondità mai troppo esibita dei pensieri più profondi. Così, in questo autunno ancora mite, ci si siede a un tavolo del parco della villa ed è spontaneo guardare quella scalinata da cui saltava la cugina, quei vialetti su cui correva lo strano veicolo inventato dal fratello Maurice.

Sì, lo so, tutti quelli che mi vengono a trovare, almeno quelli che hanno la bontà di ricordarsi delle mie fotografie – dice con fare signorile – hanno la sensazione di rivedere mia cugina Bishonnade sospesa in aria con sguardo di sfida o di sentire il rumore di quel bob terrestre che in curva sollevava ondate di ghiaia. E questa è la ragione per cui ho preferito che ci incontrassimo qui e non nel nuovo appartamento di rue de Longchamp 102 nel sedicesimo Arrondissement.

Anche là i ricordi sono molti, non crede? Siamo così vicini a quel Bois de Boulogne dove lei riprese quella elegante dama a spasso con i suoi cagnolini………

Ricordo benissimo, era il 1911 e quello che non si vede nel ritratto è l’uomo che l’accompagnava e che in questa situazione ha svolto un ruolo importante. Quando ha visto che scattavo ha vestito i panni del cavaliere e mi è corso dietro tentando di colpirmi ma a diciassette anni e con il mio allenamento da sportivo non potevo certamente farmi prendere. Pentito di questa fotografia rubata? Ma no, quello che conta, l’ho capito allora, è avere una fotografia in più perché per ognuna mancata provo un rimorso di cui non mi posso consolare.

Torniamo qui, al parco della villa: guardando quelle immagini molti hanno pensato alla vostra vita di bambini e poi ragazzi spensierati che hanno attraversato anni belli ma anche difficili da privilegiati. A me sembra un giudizio superficiale che si sofferma sul vostro status sociale ma dimentica che proprio questo vi ha fatto apprezzare le grandi innovazioni che stavano rivoluzionando il mondo.

Siamo stati fortunati a nascere in un ambiente benestante ma il grande merito della nostra famiglia è stato quello di darci una formazione che da un lato ci ha educato alla bellezza – e su questo, mi permetta, si è un po’ troppo enfatizzato – e dall’altro ci ha avvicinato come lei ha ricordato al nuovo. La mia passione per il movimento e la velocità viene da lì e non l’avrei forse coltivata se fossi vissuto in un’epoca più conservatrice. Con mio fratello Zissou, così lo chiamavamo in famiglia, ci divertivamo moltissimo anche grazie alla mia perizia tecnica. Una volta decidemmo di… fotografare i fantasmi così fasciai Zissou in un lenzuolo, lo misi davanti a una parete, scattai con la fotocamera su un treppiede poi lo allontanai e, senza cambiare pellicola, feci un altro scatto. Risultò una figura sovraesposta, quasi trasparente appunto come un fantasma. Sapesse le facce delle persone a cui la mostravamo!

Quello che colpisce nelle sue prime fotografie è il modo da bambino curioso con cui descriveva il mondo: quelle della sua collezione di automobiline e dei suoi giocattoli – barche, biciclette, trenini – credo anticipasse le passioni di una vita.

Vero, era l’atmosfera di quegli anni che contaminava un po’ tutti: si diffondevano le prime automobili e noi già ne possedevamo una, c’era chi usava gli alianti e io avevo la tessera della Ligue Aérienne dei pionieri del volo e un pass da fotografo ufficiale del campo di volo [sostituire con piccolo aeroporto] di Issy-les-Molinaux dove ripresi le prime esibizioni di Roland Garros, sì quello che ha dato il nome agli Internazionali di tennis. Insomma, come si faceva a non appassionarsi? All’età di sei anni avevo ricevuto da mio padre la prima fotocamera, un box in legno per il formato 13x18 con un obiettivo senza otturatore: per scattare si toglieva e richiudeva il tappo anteriore. Ho imparato presto proprio fotografando i modellini statici, poi sono passato alle auto da Grand Prix quindi in effetti già nei primi scatti ci sono tutte le mie passioni, anche se – aggiunge con un sorriso malizioso – mancano ancora le donne.

Ci torneremo. Si dice che però lei non ha mai totalmente creduto nella fotografia tanto è vero che ha preferito dedicarsi professionalmente alla pittura e che solo in tarda età è stato scoperto per quel grandissimo fotografo che è ed è sempre stato.

Lo so, una certa vulgata dice che tutto cominciò con la famosa mostra del 1962 al MoMA di New York mentre prima ero sconosciuto. Le cose non stanno così, ma andiamo con ordine. Non ho frequentato scuole, i miei ci hanno fatto seguire da bravi precettori e, poiché ero molto dotato nel disegno, mi sono dedicato alla pittura con soggetti tradizionali come i fiori o decisamente insoliti come gli sportivi in azione. Ancora una volta, come vede, saltava fuori il tema della velocità. Vendevo bene, facevo mostre, conoscevo artisti come Picabia o Picasso e lavoravo nel mondo del cinema, anche come aiuto regista. Detto questo continuavo a fotografare, vendevo immagini a diversi giornali e se nel 1954 sono diventato vicedirettore dell’associazione Gens d’Images e nel 1955 ho esposto alla Galerie d’Orsay di Parigi assieme a Man Ray e Doisneau non ero uno sconosciuto. Poi, certo, la fama internazionale è legata alla mostra newyorkese e al portfolio pubblicato in quella occasione da Life in un numero diffusissimo perché raccontava l’assassinio di JF Kennedy. Da allora sono nati l’amicizia con Avedon, i servizi di moda, i libri, le grandi mostre e in ultimo la mia volontà di regalare l’archivio allo Stato Francese.

Questo è il Lartigue pubblico che assume come secondo nome quello del padre Henri per ingraziarlo, ma c’è anche un Lartigue privato che incolla le fotografie in bellissimi album e che ogni giorno tiene un’agenda-diario dove annota gli avvenimenti, fa schizzi delle fotografie che avrebbe scattato e segna con sintetici disegnini se la giornata è più o meno soleggiata.

Beh, quella era una ripicca: durante una discussione in famiglia un ospite si lamentava del tempo che a suo dire era più caldo rispetto all’anno prima mentre io ricordavo il contrario e, poiché ero un ragazzino, mi zittirono anche se avevo ragione. Da allora in alto a destra nelle mie agende c’è sempre un sole o una nuvoletta. Gli album e i diari sono la mia vita e sì, lo ammetto, sono frutto di un vero e proprio editing: ho avuto molti dolori nella mia vita, dalla morte di una figlia piccola all’occupazione di Parigi da parte dei nazisti e spesso le cose belle, come l’amore per le donne con cui ho vissuto sono state accompagnate dal dolore delle separazioni, cose che ho preferito tenere per me anche a costo di apparire superficiale. Però chi vede nella mia agenda il disegnino di un aereo alleato che sorvola Parigi liberata, se vuole può comprendere la grande gioia che ho provato.

A proposito di donne, nelle sue fotografie sono sempre di una bellezza abbagliante: Bibi Messager che si specchia in bagno, Renée in posa accanto a una finestra, Floriette mentre osserva assorta un quadro di Picasso. Lei ha guardato al mondo femminile con un’eleganza e una grazia rara e l’ha fatto da giovanissimo fotoamatore come da affermato fotografo di moda.

Mi fa piacere che lo si noti perché i miei soggetti preferiti sono sempre stati il movimento dello sport e la staticità del ritratto. Questa è la ragione per cui ho avuto molte fotocamere per raggiungere gli scopi che mi prefiggevo. Le macchine di un tempo erano attrezzate con otturatori centrali che potevano essere molto rapidi, pensi che già nel 1910 la mia Kodak Brownie Folding con obiettivo Zeiss scattava a 1/1000. Le fotocamere stereo come la Klapp Nettel 6x13 comprata usata nel 1912 e che ho continuato ad usare fino al 1938 davano profondità, quelle panoramiche ampliavano la visione e la mia Kodak n. 4 con obiettivo rotante Hortostigmat mi ha dato molte soddisfazioni. Poi dagli anni Cinquanta in poi sono passato alla Rolleiflex, alle Leica, alle reflex Pentax.

Ora le chiederò, come abituale conclusione, quale è la sua fotografia preferita.

Per le cose che le dicevo, ne scelgo due, un ritratto femminile e un omaggio alla velocità. Il ritratto è quello scattato a Bibi nel 1920 al ristorante Eden Rock di Cap d’Antibes: è una diapositiva a colori Autochrome (prodotta dai fratelli Lumière) con cui ho ripreso sia l’interno che, attraverso la grande vetrata, l’esterno creando un’atmosfera credo ancora attualissima. Per quanto riguarda la velocità scelgo quello che in un primo momento considerai un errore. Parigi, 1912, Grand Prix: mi passa davanti a 180 km/h una Delage e io istintivamente scatto con la mia Ernemann 9x12. In camera oscura mi accorgo che la ruota posteriore destra e solo quella è ovalizzata e le persone sullo sfondo inclinate nella direzione opposta a quella dell’auto in corsa. La seconda delle tendine orizzontali dell’otturatore ha creato la distorsione della ruota mentre quella delle persone è dovuta al fatto che ho mosso la macchina orizzontalmente in ripresa. Solo dopo ho capito che dall’errore tecnico era nata un’immagine che trasmetteva in modo intenso l’essenza stessa della velocità.

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